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WEEKLY STUFF

 

Prima di iniziare la progettazione ci siamo interrogati sul senso contemporaneo del concetto di biblioteca. Un’analisi che ha portato a concludere che la biblioteca concepita come contenitore passivo di volumi, anche preziosi, non ha più senso. Si tratta di immaginare un luogo flessibile, innovativo dove si trovano ambientazioni e atmosfere in grado di suggerire percorsi intellettuali, didattici ed anche più semplicemente piacevoli tali da motivare un uso che non sia soltanto quello dello studioso. Da questa ricerca sono emerse alcune categorie e modalità da affrontarsi per arrivare a dare risposte esaustive a questi interrogativi: cultura: tradizione e prospettiva - poetica: assonanze e visioni - funzione: intensiva ed estensiva - tecnologia: matura e innovativa - natura: organica e razionale. L’ordine delle categorie stesse si articola a seconda delle situazioni, spesso sovrapponendosi in una continua contaminazione che genera nuove domande e richiede nuove risposte. All’interno di questi grandi contenitori tematici si colloca l’idea del progetto.
L’esigenza primaria, infatti, è stata quella di rappresentare il valore simbolico ed identificativo del luogo in cui ci troviamo ad operare. I due milioni di volumi impilati e suddivisi in collezioni specifiche sono la stratificazione culturale, paragonabile ad una profonda sezione geologica che testimonia la ricchezza e la generosità dell’animo con il quale sono stati custoditi.
Per dare voce a tale intrinseca qualità si è adottato l’uso dell’”ordine gigante”, segnaletico e concettuale. In particolar modo i prospetti assemblano temi dominanti e ricorrenti della cultura popolare messicana e simultaneamente accenti espliciti a quella dotta. Alla grande parete sud che incamera nella sua sezione tecnologica il tessuto/diaframma (prelevato dagli studi compiuti negli anni ‘20 dal Bauhaus che indagavano le relazioni tra manufatti della tradizione e nuove capacità formali), risponde il labirintico periscopio in corten attraverso cui e dal quale i padri della cultura messicana, in particolare quella del ‘900, ci guardano e si fanno vedere.
Il primo risponde all’esigenza della schermatura della luce diretta, e insieme all’impiego dell’uso della parete ventilata, di mantenere il microclima interno flessibile. 
Se all’interno ne risulta un costante livello di gradevolezza per le postazioni di lettura, in larga parte collocate verso sud per renderle ancor più distanti dal flusso urbano, all’esterno si proietta sulla piazza un’immagine di insieme potente e rassicurante, segnale di un presidio culturale perfettamente integrato nella dimensione contemporanea.
Sulla stessa lunghezza d’onda, il light box sul prospetto nord, concepito come una caraffa trasparente piena di strani legumi a forma di sombreri. Questi, al pari del grande tessuto/bandiera, rendono la luce filtrata e comunicano fuori dal sistema Università la presenza di un generatore/accumulatore di cultura che senza pudori dichiara la propria matrice popolare.
Riepilogando potremmo dire quindi di aver adottato un doppio registro, quello della cultura popolare e quello della cultura dotta, tenute insieme dalla trasparenza del contenitore e riscontrabili all’interno di ogni livello, in una sorta di continuum narrativo.
Pizzicando la stessa corda dello strumento teorico, si è assunto l’etimo arabo del toponimo di Guadalajara, wad – al - hidjara che letteralmente significa “fiume che scorre tra le pietre”, rio que corre entra pietras, come concetto compositivo compiuto.
La grande e morbida pelle/piazza che circonda l’edificio, rivestita in tessere di porfido levigata da forze invisibili e da energie antiche, è solo lo strato superficiale di un mondo sommerso, il tappeto prezioso sotto al quale si collocano il teatro, l’auditorium, le gallerie espositive, il parcheggio.
Così da un mondo sommerso scosso da profonde tensioni geologiche, si risale in quota, preannunciati dall’anomalo volume della torre scenica, che lacerando la pelle porta in superficie la sezione geologica come una sorta di carotaggio a base rettangolare. Dentro il padiglione della musica popolare, che con l’assordante sinfonia del tempo strappa i più fragili e già incrinati strati di terra per trovare luce. Tre quote di solai dove è possibile reperire tracce musicali di ogni genere e rimanere ad ascoltare, dondolandosi su tradizionali amache, appese in purissimi volumi trasparenti. Un volume riemerso che dovrebbe costituire anche il punto di partenza e di appoggio di un futuro ampliamento del sistema biblioteca, e al quale si accede da due rampe metafisiche.
La biblioteca vera e propria si appoggia su un sistema di torri liberamente ispirate al monumento delle torri Satélite di Barragan che molto hanno a che fare anche con la nostra formazione. Torri concettuali che si fanno struttura, poesia, cavedi per impianti, citazione, uscite di emergenza, nostalgia, dimensione verticale portata anche in facciata, radice nel sottosuolo. 
 
È la copertura l’esempio più caratterizzante dell’assunto concettuale secondo cui si è voluto ribaltare l’ordine convenzionale delle forme espressive, organizzando una piastra razionalista risolta con l’uso del verde, di essenze autoctone ed importate in grado di costituire un punto vivo del sistema biblioteca nel quale andare a leggere, andare per conoscere, rimanere per scambiare. La necessità di salire fino in copertura è rafforzata anche dalla presenza del café cyberbotanico, a sbalzo su due lati, con serra interna, punto privilegiato per lo stazionamento e per la comprensione del panorama e del sistema urbano nel suo insieme. Un percorso intriso di una precisa volontà didattica rivolta a tutte  le fasce di età e tipologie di utenza che attraverso il racconto della captazione dell’energia solare per la produzione di energia pulita, carburante aggiuntivo della macchina-biblioteca, ne suggerisce il funzionamento tecnologico e la volontà naturalistico-percettiva organizzandosi tra profumi, colori e sapori raccolti nell’aria dove la natura appunto si fa ortogonale.
Per decidere di recarsi in questo luogo non è indispensabile dover cercare un libro, ma potrebbe semplicemente bastare voler respirare una certa atmosfera, come chi vuole sentirsi nell’epicentro della produzione delle idee e sfruttando gli infiniti spazi pubblici interni ed esterni come luoghi di incontro, raccolta e scambio, piuttosto che come semplici transiti, si proponga di confrontare le proprie opinioni con quelle degli altri. 
 
COLLABORATORI: Sara Anselmi, Annunziata De Comite, Francesco Terzuoli, Irene Monciatti, Andrea Mezzedimi, Simone Stanghellini

2007

guadalajara

concorso per la nuova biblioteca di Guadalajara


Category: NEW ARCHITECTURE

Tags: \2007 \CORTEN \idea \México